Anziani, quando la terapia può far male

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Anziani, quando la terapia può far male

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Oltre il 40% degli accessi al Pronto Soccorso sono dovuti a reazioni indesiderate a farmaci prescritti ad anziani che non sono stati rivisti nel tempo. Un problema sempre più diffuso che, come spiega la geriatra, ha un’unica soluzione: la valutazione multidimensionale

I dati demografici italiani parlano chiaro: negli ultimi 30 anni gli anziani over 65 sono aumentati del 50%. La longevità porta con sé l’aumento delle malattie croniche, e questa fetta di popolazione risulta quindi essere la maggior utilizzatrice delle risorse sanitarie. Il sistema sanitario deve prepararsi a questo aumento continuo e progressivo.
Gli anziani sono generalmente caratterizzati da multimorbidità (contemporanea presenza di 2 o più patologie croniche), con conseguente politerapia (assunzione di multipli agenti farmacologici), basti pensare che due terzi di essi assume più di 5 farmaci al giorno. L’inappropriatezza delle prescrizioni  rappresenta un grave pericolo: si stima che gli effetti collaterali da farmaci e da interazioni tra essi triplichino negli ultrasessantacinquenni e quadruplichino negli ultrasettantacinquenni (dati AIFA), con conseguente incremento esponenziale degli accessi in Pronto Soccorso e tendenza al collasso del sistema stesso, attualmente ancora impreparato a questa sorta di “emergenza anziani”.

Sono alcuni dei dati i dati presentati in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), che ha messo in luce come più del 40% degli accessi al Pronto Soccorso sia legato a reazioni avverse a terapie prescritte in anziani che non sono state poi riviste nel tempo per adattarle alle reali esigenze del paziente. Come ha spiegato Nicola Ferrara, presidente Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, in un recente articolo «con un “ritocco” delle cure si potrebbero evitare almeno 3 milioni di ricoveri di over 65. La mancata revisione è più comune fra gli ospiti delle RSA, dove il 28% degli ospiti prende almeno un medicinale inappropriato, ma non manca a casa: oltre un anziano su due aggiusta da solo le terapie quando i farmaci diventano troppi, aumentando il rischio di complicanze».

Per rispondere a questa emergenza sanitaria, economica e sociale, l’approccio raccomandato da tempo dalle società di ricerca e cura in ambito geriatrico (per esempio: Società Italiana di Gerontologia e Geriatria- SIGG, American Geriatric Society- AGS) si basa sulla valutazione multidimensionale, un processo diagnostico a più livelli, che quantifica i problemi medici, funzionali e psico-sociali con l’intento di giungere a un piano globale coordinato di terapia e follow-up a breve e lungo termine. L’anziano è un paziente complesso per definizione, e questa caratteristica rende inadeguato un approccio medico incentrato sulla cura focalizzata solo sulle malattie specifiche e sulla frammentazione multispecialistica. Spesso farmaci indicati per singole patologie (es: antipertensivi, antidiabetici, anti-infiammatori, etc) risultano non appropriati se valutati nel contesto, ovvero nella globalità della condizione clinica del paziente anziano, che in molti casi è esposto maggiormente ai rischi rispetto ai benefici terapeutici.

Un classico esempio di terapia inappropriata negli anziani è l’assunzione di potenti farmaci contro l’ipertensione, magari in assenza di altri fattori di rischio cardiovascolare, con conseguente insorgenza di ipotensione ortostatica (calo significativo dei valori di pressione arteriosa dalla posizione sdraiata a quella eretta) e aumento rilevante del rischio di caduta e conseguenze traumatiche della caduta.

La gestione delle scelte farmacologiche nella popolazione anziana, e a maggior ragione nei grandi anziani (over 80), deve sempre prevedere una valutazione di più fattori, tra cui: patologie e terapie concomitanti potenzialmente interagenti, rapporto rischio/beneficio, aspettativa di vita, aderenza alla terapia. Un ulteriore motivo di cautela nelle prescrizioni riguarda il fatto che gli studi clinici randomizzati (ovvero gli studi in cui vengono testate sicurezza ed efficacia dei farmaci prima di essere messi in commercio) tendenzialmente escludono dalla partecipazione i pazienti anziani, in quanto, proprio a causa di compresenza di multiple patologie e di modificazioni del metabolismo, possono rappresentare un “fattore confondente” nella valutazione “pulita” dell’efficacia del farmaco. Quindi nella pratica ci si ritrova ad usare terapie approvate per classi di età minori anche nei pazienti più vecchi.

Una buona valutazione multidimensionale, prerogativa dei medici geriatri, parte dal considerare tutte le criticità fin qui citate, per arrivare a stabilire un programma di cura più individualizzato possibile, tenendo conto dei consigli specialistici, sempre indispensabili, ma rivalutando il risultato finale nel contesto dello specifico paziente. Follow up a breve e medio termine sono indicati successivamente per avere la possibilità di riconoscere prontamente campanelli d’allarme o di confermare le cure impostate dopo aver soppesato i vari aspetti della situazione del singolo paziente anziano.

2017-07-05T18:10:47+00:00 13 Dicembre 2016|Categories: Politica sanitaria|Tags: , , , |Commenti disabilitati su Anziani, quando la terapia può far male