Coronavirus, combatterlo a casa si può, con un monitoraggio costante dei parametri

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Coronavirus, combatterlo a casa si può, con un monitoraggio costante dei parametri

Sara Melzi, infettivologa, Dirigente di I livello Reparto di Medicina generale, in prima linea all’ospedale di Vimercate, spiega perché nella “fase 2” la battaglia contro l’infezione si dovrà fare anche e soprattutto fuori dall’ospedale

Sempre più seguiti a casa con un monitoraggio costante da parte di un team sanitario, sempre meno ricoveri. La fase 2 della lotta al Coronavirus passa anche per un cambio di approccio nella gestione dei pazienti con sintomi di infezione da Covid-19: un controllo costante a domicilio dei parametri nella prima fase della malattia, perché l'infezione può peggiorare rapidamente dopo una settimana di relativa stabilità. Da due mesi la dottoressa Sara Melzi, infettivologa, Dirigente di I livello Reparto di Medicina generale, in prima linea all’ospedale di Vimercate, lavora senza sosta in un reparto che è diventato interamente Covid ed è cautamente ottimista “Adesso che lo conosciamo di più sappiamo come combatterlo”. E un’arma fondamentale è uno strumento semplice e utilizzabile autonomamente: il saturimetro
Scopri il servizio mi monitoraggio domiciliare Covid-19 del Centro Medico Santagostino

Perché è importante la parte di monitoraggio a domicilio dei pazienti, prima e anche per evitare, laddove è possibile, i ricoveri?

La malattia attraversa tre fasi: la prima settimana è quella della fase viremica (il virus si sta replicando ma non ha ancora fatto molti danni), i sintomi sono stabili, poi parte la cascata infiammatoria e questo è il momento critico, da qui può insorgere un rapido peggioramento che porta a distruzione del tessuto polmonare, oppure il paziente procede lentamente verso la guarigione. Se il virus attacca i polmoni ci sarà il ricovero.

Perché è importante misurare i parametri durante la prima fase?

Rispetto ad altre patologie polmonari, con gli stessi valori bassi di saturazione di ossigeno nel sangue, le condizioni di salute del paziente Covid possono sembrare ancora buone e ingannare. Una delle cose che abbiamo appreso in questi mesi di lavoro è che dobbiamo misurare la saturazione anche prima che il paziente lamenti difficoltà respiratorie, dispnea. La saturazione si misura con il saturimetro (l'apparecchio dotato di ditale da pinzare su un dito), anche autonomamente. Con febbre persistente, tosse, astenia e valori di saturazione sotto soglia il ricovero dovrebbe scattare prima dell’insorgere delle difficoltà respiratorie, così da poterci trovare poi in reparto con pazienti già con i polmoni violentemente attaccati, il che può scongiurare il ricorso alla terapia intensiva.

Quindi quali sono i controlli indispensabili per un paziente che si trova a casa?

Misurare la febbre, sempre, e la saturazione di ossigeno. Questi due gesti devono essere quotidiani. Se la febbre (da 37,5° in su), alta o bassa non fa differenza, non scompare in pochi giorni e si aggiungono altri sintomi, bisogna contattare i numeri di emergenza. Se la saturazione di ossigeno scende sotto il 93-94% (93% negli anziani, 94% nei giovani) contattare i numeri di emergenza. Ovviamente questi parametri vanno monitorati da un’équipe medica che segua - anche a distanza - il paziente a domicilio: il Monitoraggio Covid-19 del Centro Medico Santagostino, che supervisiono, ha proprio questo obiettivo: intercettare il minimo segnale di aggravamento per chi ha sintomi e intervenire tempestivamente.

A proposito dei sintomi, si è letto e sentito tutto e il contrario di tutto. A cosa dobbiamo credere?

In effetti i sintomi possono essere molti e diversi tra loro. Mi spiego: il coronavirus infetta principalmente le vie respiratorie, quindi può dare tosse, rinorrea, mal di gola e difficoltà respiratorie. Può infettare però anche altri organi e qui compaiono sintomi differenti, che abbiamo verificato sul campo, e sono congiuntivite, diarrea, cefalea retronucale, esantema, alterazioni del gusto, perdita dell’olfatto, ma direi che tutti questi non devono preoccupare più di tanto. L’attenzione deve essere massima solo sui sintomi respiratori.

Anche sui farmaci si è fatta molta confusione. Che cosa funziona davvero?

La confusione purtroppo è inevitabile: il patogeno era totalmente sconosciuto, sono stati fatti dei tentativi impiegando i farmaci che, per qualche analogia, avrebbero potuto funzionare. Raccogliamo i risultati da tutto il pianeta e così aggiustiamo la strategia. Diversamente da quando sembrava all'inizio, per esempio, pare confermato che gli antiretrovirali usati nella terapia l’HIV non portano benefici ai nostri pazienti. Ad oggi usiamo un cocktail di idrossiclorochina (antimalarico e antinfiammatorio), azitromicina (antibiotico e antinfiammatorio), enoxaparina (antitrombotico) per circa 10 giorni e funziona. Non si può dire di quale dei tre sia il merito - per ora - quindi si usano insieme. A questi si aggiunge spesso del cortisone e, quando indicato (cioè quando la situazione lo richiede) il tocilizumab (antireumatico) o il remdesivir, antivirale che abbiamo utilizzato in terapia intensiva nella prima fase di malattia per i pazienti più compromessi. Nei casi più gravi si deve procedere con l’intubazione e la ventilazione forzata, finché il paziente non riprende a respirare da solo.

I farmaci si possono assumere anche a casa?

In teoria sì, alcuni di essi, ma non accade mai perché la polmonite interstiziale da Coronavirus viene curata in ospedale. Inoltre si tratta di farmaci per i quali non è prevista una somministrazione di lunga durata, anche a causa degli effetti collaterali che potrebbero indurre, quindi la terapia termina in ospedale prima delle dimissioni.

Un paziente dimesso è un paziente guarito?

Non ancora purtroppo. Un paziente dimesso è una persona che non ha più bisogno dell’ossigeno e quindi può lasciare libero il posto in ospedale. Non è guarito, ha davanti a sé una lunga convalescenza che può durare alcune settimane. Dovrà essere monitorato per controllare che non ci sia una ricaduta (ricomparsa di febbre e dispnea) e accompagnato verso un recupero fisico. L’allettamento prolungato non è un bene per nessuno ed è importante che il paziente torni il prima possibile a muoversi in casa e mangiare come faceva prima della malattia. Il movimento, in particolare, è fondamentale sia per il corpo che per il benessere psicologico: andrebbe guidato da un fisioterapista, che sa come calibrare le attività anche a beneficio della respirazione.

Queste sono le certezze, i progressi clinici che ci fanno essere positivi. Ma il virus circola ancora, è contagioso e non sappiamo tracciare i suoi percorsi. I tamponi? i test sierologici?

Dobbiamo essere obiettivi e dire che sono ancora molte le cose che non sappiamo. Il virus una volta entrato nel corpo vi rimane molto a lungo. Abbiamo esperienza di malati che, superata la fase critica, continuano ad avere tamponi positivi per 4-8 settimane. Significa che il virus è ancora presente, quanto sia vitale e se sia ancora infettante non possiamo saperlo. Il risultato dei tamponi quindi sembra avere meno significato di quanto ci aspettassimo. Inoltre, per l’esecuzione dell’esame occorre un operatore che, sebbene protetto dalla tuta, entra in contatto molto ravvicinato con un possibile infetto, che potrebbe anche tossire o starnutire per via del prelievo nasale, mettendolo a rischio. I test sierologici sono certamente di più rapida esecuzione e i risultati indicano se c’è stato un contatto con il virus. Non ci dicono però quando è avvenuto il contatto, nè se è in corso l’infezione o se la persona è immune, sarebbero però molto importanti per dare alle persone che tornano al lavoro la possibilità di controllarsi. I punti fermi da mantenere per proteggerci
  1. Gli anziani sono molto più vulnerabili alla polmonite da Coronavirus: vanno protetti evitando loro tutti i contatti non necessari, aiutandoli nelle incombenze domestiche e nella spesa, accompagnandoli fuori a passeggio in aree poco frequentate.
  2. Il distanziamento sociale: i famosi 1-2 metri sono importantissimi. Il virus entra preferibilmente dalle vie respiratorie e da lì rischia di scatenare la polmonite, quindi proteggiamo naso e bocca stando lontani dalle altre persone.
  3. Lavarsi le mani ogni volta che si tocca qualcosa che potrebbe essere stato contaminato.
  4. L’incubazione del virus dura da 2 a 14 giorni, quindi in caso di un contatto sospetto valgono ancora le due settimane di auto isolamento, facendosi assistere da qualcuno via telefono che sia in grado di capire se ci stiamo ammalando oppure no.
  5. Tutti potremmo essere portatori sani, le mascherine servono per non diffondere il virus ovunque intorno a noi, i guanti per non contaminare le nostre mani. Entrambi questi dispositivi vanno indossati correttamente.

Cosa accade ai parenti e conviventi di una persona che viene ricoverata per Covid?

L’ospedale fa la denuncia di malattia infettiva e li tiene informati sulle condizioni del paziente via telefono. Del loro isolamento e dell'eventuale tracciamento di altri contatti si occupa la ASST locale, in collaborazione con i medici di medicina generale, secondo le risorse disponibili.

Il lockdown è stato allentato ma il virus non è sconfitto. Dal suo punto di vista - molto ravvicinato - la situazione è migliorata?

La chiusura è servita, moltissimo, a rallentare l’infezione. I malati non arrivano più tutti insieme e già in gravi condizioni. Inoltre la corsa ai ripari per rifornirsi di maschere, caschi, bombole, letti in terapia intensiva, ha compensato in parte le carenze strutturali del nostro sistema. Ora siamo più attrezzati, più pronti, più consapevoli dei risultati che possiamo ottenere.
2020-05-18T17:06:09+02:00 12 Maggio 2020|Categories: Prevenzione, Star bene|0 Commenti