Hiv 30 anni dopo, una battaglia ancora non vinta

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Hiv 30 anni dopo, una battaglia ancora non vinta

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In occasione della Giornata Mondiale dell'Aids il punto su 30 anni di progressi nella cura e nella prevenzione. Su quest'ultimo fronte, tuttavia, la strada da fare è ancora molta

Nel 1988 io c’ero. Avevo terminato l’Università e iniziavo la specialità in Malattie Infettive a Milano. L’AIDS era agli inizi, il virus si chiamava ancore HTLV III, solo nel 2002 gli diedero il nome di HIV (virus dell’immunodeficienza umana) per distinguerlo da quello felino.

Allora si contavano solo i casi di AIDS, non era prevista la segnalazione delle nuove infezione da HIV, approvata con il Decreto del Ministero della Salute del 31 marzo 2008 (Gazzetta Ufficiale n. 175, 28 luglio 2008). Allora i decessi erano l’unico modo per stabilire l’impatto sulla popolazione dell’infezione, osservata circa 8 – 12 anni dopo, a causa del lungo periodo di incubazione, tramite la segnalazione dei casi di AIDS.  Le vicende complesse condotte a livello della Conferenza Stato Regioni tra il 2000 ed il 2005 (partecipavo a quelle discussioni al ministero della Salute) hanno finalmente portato ad una svolta epidemiologica importante: stabilire il numero dei nuovi infetti e le caratteristiche delle persone. Così l’ISS ha cominciato a fornire la prima fotografia dell’infezione nel 2015, quasi 30 anni dopo la sua comparsa nella popolazione italiana.

L’Aids è scomparso?

La prima affermazione che posso fare a spiegare questo ritardo riguarda la paura della discriminazione. Negli anni ’90 una persona con infezione da HIV veniva subito etichettata come tossico o come omosessuale (inteso come gay maschio) e quindi discriminato. Associazioni come Arcigay, Anlaids, Lila hanno combattuto queste discriminazioni con forza e de

i numeri dell'Hiv in Italiaterminazione: ogni 1 dicembre vi erano convegni, conferenze, dibattiti e manifestazioni. Poi con l’avvento della HAART (la terapia antiretrovirale ad alta attività) l’AIDS è scomparso, le infezioni non procedevano più verso quella fine infausta e la segnalazione di caso AIDS non serviva più a stabilire l’impatto della malattia. C’è stato chi ha sbandierato (oggi si direbbe fake news) che l’AIDS era stato sconfitto: semplicemente la terapia aveva interrotto la progressione dell’infezione, ma questa è rimasta. Rimasta con 3.451 nuove diagnosi di infezione da Hiv nel 2016. Un dato – diffuso dall’Istituto superiore di sanità – che corrisponde a 5,7 nuovi casi per 100 mila residenti

Oltre 3mila persone che si vanno ad aggiungere alle almeno altrettante che ogni anno contraggono l’infezione. Nel 2017 sono state 3.443 le nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 5,7 nuovi casi per 100.000 residentiIl numero di casi di AIDS è in costante diminuzione, dato che indica che i soggetti con infezione hanno accesso alle terapie impedendo così il progredire della malattia.

Se ipotizziamo un numero costante di infezioni l’anno significa che ogni anno circa 2.600 persone accedono alle cure. Nel 2015, l’incidenza delle nuove diagnosi di infezione da HIV è diminuita lievemente rispetto ai tre anni precedenti e le regioni con l’incidenza più alta sono state il Lazio, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna. Quello che colpisce è che le persone che hanno scoperto di essere HIV positive nel 2015 erano maschi nel 77,4% dei casi e la loro età mediana era di 39 anni, ma l’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di 25-29 anni (15,4 nuovi casi ogni 100.000 residenti).

Queste persone si porteranno l’infezione per tutta la vita quindi potranno trasmetterla ad altri per 20 – 30 anni infettando potenzialmente migliaia di persone. Fortunatamente verranno inserite in un programma di terapia che abbatte la trasmissione e verranno educate all’uso del profilattico, ma le altre che non conosciamo?

Quanto costa l’Hiv?

Un’ulteriore riflessione che posso proporre in occasione della Giornata Mondiale di lotta all’AIDS (ancora i vecchi retaggi culturali: dovremmo dire lotta all’HIV) riguarda i costi che la cura dell’infezione impone agli Stati.

Nel 2014 Lacey M.J. e Coll stabilivano che il costo del trattamento dell’HIV/AIDS negli anni era stimato in 19.955 dollari per paziente per anno, di cui 10.205 per la terapia HAART,  2.670 per costi di ospedalizzazione e 7.080 per altri costi. In una metanalisi, Marta Trapero-Bertran e Juan Oliva-Moreno, nel 2014, hanno fornito un confronto dei costi di assistenza dell’infezione da HIV/AIDS tra 5 nazioni europee (Francia, Germania, Spagna, Italia e UK), fornendo dati variabili per nazioni che vanno dai circa 32.000 euro per paziente all’anno in Germania ai circa €7mila per paziente all’anno in Italia che risulta la nazione a più basso costo, grazie alle politiche di contrattazione con le aziende produttrici dei farmaci.

In Italia, a tali costi, vanno aggiunti circa 1.300 euro per costi di perdita di occupazione che è l’unico indicatore previsto per indicare i costi non sanitari. In altre nazioni si conteggiano anche i costi di cura formale ed informale (assistenze domiciliari, volontari, ecc.) e nel Regno Unito tali costi raggiungono i 10mila euro

Facendo due conti e prendendo in considerazione la stima degli attuali pazienti in carico al SSN in Italia, secondo lo stesso studio, si ipotizza di avere in carico al SSN circa 150.000 soggetti in terapia (min 110.000 – max 210.000) per un costo totale annuo di 1,2 miliardi di euro, una cifra che costa ad ogni contribuente circa 32 euro all’anno, stimando il numero dei contribuenti in 38 milioni circa (dati ISTAT). A questi vanno aggiunti costi legati ad infezioni diverse dall’HIV, ma che hanno la stessa trasmissione e la stessa prevenzione: l’uso sistematico del profilattico.

A questo va aggiunto che tali costi potrebbero dimezzare, secondo alcuni studi, se i soggetti fossero presi in carico il più precocemente possibile.

Secondo i dati dell’ISS, i soggetti che acquisiscono l’HIV per via eterosessuale, sono ancora maggiori rispetto ai maschi che hanno rapporti omosessuali (45% vs 40% circa).

RIFLESSIONI CONCLUSIVE

  • in Italia la cura dell’HIV/AIDS ha costi molto contenuti rispetto altre nazioni, grazie a politiche di contenimento mirate ed efficaci, a dimostrazione che in Italia il welfare funziona molto meglio che in altre nazioni
  • l’accumulo dei soggetti che ancora si infettano perché non usano il profilattico porterà a una spesa sempre più elevata
  • l’alta incidenza nei giovani non depone per un futuro libero da HIV e, ancora oggi, la lotta contro questa infezione necessita di programmi di prevenzione aggressiva
  • la perdita di forza di associazioni come Arcigay, Anlaids, Lila precedentemente impegnate nella lotta all’AIDS, deve essere riconsiderata, chiedendo al Ministero un rinforzo dei progetti e dei programmi che hanno avuto successo negli anni ’90
2018-11-28T11:39:17+00:00 29 Novembre 2017|Categories: Prevenzione|Tags: , , , , |0 Commenti