Numero chiuso, uno scontro tra lobby che non coglie il vero problema

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Numero chiuso, uno scontro tra lobby che non coglie il vero problema

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Luca Foresti, amministratore delegato del Centro Medico Santagostino, interviene e nel dibattito lancia la sua proposta: abolire il numero chiuso deciso per legge. Per diventare una potenza internazionale in medicina

«L’urgenza primaria oggi è allargare le borse di specialità, almeno fino a raggiungere il numero di laureati ogni anno. Ma in prospettiva bisognerà anche allargare il numero di medici che escono dalle università: come farlo? Trasformando la formazione medica in un’opportunità, invece che un problema. E puntando a diventare una grande potenza nel mondo sanitario».

Così Luca Foresti, amministratore delegato del Centro Medico Santagostino, intervenendo nel dibattito scaturito dall’inserimento (diventato poi un “giallo”) dell’abolizione del numero chiuso nelle facoltà di Medicina: «Al di là di come andrà a finire la faccenda contingente», dice Foresti, «resta che il problema in generale è mal posto e si è trasformato in una contrapposizione tra lobby».

Come uscirne? «Bisogna cambiare paradigma», spiega Foresti: «dobbiamo anche concepire l’idea di sfruttare fino in fondo i nostri vantaggi competitivi: e la sanità è decisamente, come cibo, design, moda e turismo, un nostro vantaggio competitivo. Altrimenti un giorno ci lamenteremo dell’invasione della sanità straniera come oggi urliamo davanti a Starbucks che apre a Milano. C’è un momento per le scelte coraggiose e quello della crisi è quasi sempre il migliore»

«L’Italia ha, nel panorama internazionale, uno dei migliori sistemi sanitari. Partendo da questi presupposti, l’idea che noi si possa continuare a restringere il numero di medici nel Paese anno dopo anno appare una follia. Si confonde il numero chiuso a livello nazionale con il numero chiuso a livello di singola Università. Mentre il primo è un errore, il secondo deve essere lasciato alla libera scelta delle università, le quali ovviamente dovranno avere da parte dello stato risorse diverse in base al numero di studenti se Università pubbliche, mentre le private faranno quello che desiderano se economicamente autosufficienti con le rette degli studenti e altre forme di finanziamento privato. Il preside di facoltà contrario ad un ampliamento dei numeri nella propria università non li amplierà, quello favorevole sì. Diverso è il discorso sulle borse di specialità, dove, giustamente, gli specializzandi vengono pagati: in questo caso bisognerebbe liberalizzare la possibilità dei privati e delle Regioni di pagarlo. E lo Stato dovrebbe aumentare comunque il numero di borse».

«In prospettiva bisognerà anche allargare il numero di medici che escono dalle università. Ovviamente un modo per farlo è mantenere il numero chiuso, ma con più accessi ogni anno. Ma ci sono altri metodi. Oggi molti Italiani vanno a studiare in Spagna e Romania per diventare medici, ovviamente pagando tasse universitarie più alte di quelle italiane. Perché non dovremmo diventare un Paese che forma i medici, anche quelli stranieri? Cioè perché la formazione medica non viene vissuta come un’opportunità invece che un problema? Ma ancora: per quale motivo non dobbiamo pensare di esportare medici italiani all’estero, dove quasi sempre la situazione è peggiore di quella Italiana? Francia, Germania, UK, Svezia sarebbero pronti ad assorbire numeri impressionanti di bravi medici italiani. Perché non possiamo pensare di costruire una intera industria della salute, con tutte le sue componenti?»

«Uno dei motivi usati da chi è contrario è che ci vogliono reparti ospedalieri dove formare i medici. Ma questo argomento mette in luce la percezione dei medici formatisi in ospedale e non tiene conto di cosa sta accadendo ai pazienti. Le notti in ospedale stanno diminuendo ogni anno, di circa il 2%. Mentre i cronici con bisogni che possono essere soddisfatti da poliambulatori e a casa loro aumentano ogni anno. Ovvero il tipo di formazione di cui c’è bisogno nel mondo oggi è quella che prepara medici che operino nel territorio e non (solo) negli ospedali. E in Italia oggi non c’è nessun centro di formazione specializzato per questo.  Un altro argomento contrario è la competizione tra medici che abbasserebbe le remunerazioni. Questo è il tipico argomento di tutte le lobbies che intendono difendersi dai cambiamenti e quindi non mi sembra vada nella direzione dell’interesse pubblico. Altro argomento ancora quello secondo cui si abbasserebbe la qualità dei medici prodotti dal sistema. Qui non si capisce per quale motivo non debba valere lo stesso meccanismo che vale in altre aree, come l’ingegneria. Il Politecnico di Milano e Torino sono università percepite come di alto valore in ambito ingegneristico. E questo viene valutato dai futuri datori di lavoro. Perché in medicina non potrebbe nascere lo stesso meccanismo? Ovvero perché non dovrebbero essere liberalizzata la possibilità da parte delle università di far partire una propria facoltà di medicina? Il numero totale di laureati sarebbe quindi deciso nel lungo periodo da tutte le forze in campo: accessi alle singole università, difficoltà e anni di duro studio, percezione del mercato una volta usciti, vocazioni individuali, capacità delle università di attrarre studenti rispetto a quanto fanno pagare. In un mondo non più paternalista ma che tratta le persone da adulti capaci di scegliere e rischiare».

Per approfondire: Aboliamo il numero chiuso. E l’Italia diventerà una potenza internazionale in medicina

2018-10-17T10:42:27+00:00 17 ottobre 2018|Categories: Politica sanitaria|Tags: |0 Commenti