Prostata, la vita di coppia fa bene alla prevenzione

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Prostata, la vita di coppia fa bene alla prevenzione

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Sono le donne le custodi della salute dei propri compagni, spesso gli uomini infatti affidano loro la gestione della propria salute. Ma la prevenzione è importante, soprattutto quando si parla di tumore alla prostata

La sensazione che ogni medico prova già dalle prime esperienze con i pazienti è che le donne siano molto più attente degli uomini alla propria salute e alla prevenzione. In realtà questa impressione è confermata dalla letteratura scientifica in cui è evidente da numerosissimi studi come la sopravvivenza dei maschi sposati sia significativamente superiore rispetto a quella dei single, semplicemente grazie all’attenzione alla loro salute da parte delle compagne. È infatti comune in ambulatorio assistere allo spettacolo di uomini “trascinati” dalla propria partner per sottoporsi alle visite. Gli uomini spesso delegano completamente alla compagna la gestione del proprio benessere (pastiglie da assumere, documentazione medica, dieta, controlli ed esami).

Questa situazione ha portato ad un divario crescente nella sopravvivenza fra maschi e femmine man mano che l’importanza della diagnosi precoce si è fatta sempre più decisiva per il trattamento di patologie come i tumori e le malattie cardiovascolari. In particolare, nell’uomo al di sopra dei 45-50 anni, le patologie della prostata sono frequentemente causa di disagi, che potrebbero essere evitati o quantomeno alleviati intervenendo quando la problematica è ancora in fase iniziale.

Il cancro della prostata è la neoplasia più comune negli uomini over 50 e, come spesso accade quando si parla di tumori, è spesso asintomatico. Un maschio ogni 5-6 riceverà questa diagnosi nel corso della propria vita. Fortunatamente oggi la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi sfiora il 90% ed è in costante aumento da decenni, ragion per cui – nonostante l’alta diffusione – la sua mortalità fra i tumori è al terzo posto, dopo le neoplasie del polmone e del colon.

È interessante osservare come, in tutto il mondo, la frequenza alla biopsia sia simile, mentre l’incidenza di tumori clinicamente significativi vari molto fra diverse aree geografiche (alta in USA e Nord Europa, bassa nel Sudest Asiatico) indipendentemente dall’etnia, sottolineando l’importanza dei fattori ambientali nell’evoluzione dalla forma silente a quella potenzialmente aggressiva. Sono stati fatti tentativi di prevenzione mediante l’utilizzo del selenio e della vitamina E o del licopene senza ottenere risultati statisticamente significativi. Significativa è invece l’associazione fra alcuni aspetti della sindrome metabolica (ipertensione arteriosa ed obesità addominale) e l’incidenza di questo tumore. Se un parente di primo grado è affetto da carcinoma della prostata, il rischio di svilupparlo raddoppia. Se due o più parenti di primo grado ne sono affetti, il rischio aumenta di 5-11 volte. In realtà, comunque, solo il 9% dei casi di questa neoplasia può essere considerata certamente ereditaria, in molti altri si può solo parlare di una predisposizione.

La diagnosi precoce permette non solo di salvare più vite, ma anche di migliorarne la qualità. Oggigiorno la varietà di scelte terapeutiche disponibili permettono di adattare il trattamento alle necessità del paziente e all’aggressività della malattia. Non sempre è necessario operare: nei casi di cancro della prostata a basso rischio ci si può limitare alla sorveglianza attiva; esistono inoltre alternative non chirurgiche, come la radioterapia, la brachiterapia e l’adroterapia.

In particolare, la sorveglianza attiva è sempre più diffusa. L’argomento è molto delicato poiché ritardare il trattamento significa sì garantire una miglior qualità di vita ai pazienti con tumore indolente (la malattia è asintomatica e non ci sono lesioni a ossa o altri organi): questa viene strettamente monitorata nel tempo mediante controlli costanti, visite e biopsie ripetute. Qualora dovesse rivelarsi una forma aggressiva, essa sarà trattata con intento curativo. Questa pratica, molto comune nei Paesi Scandinavi, ha la funzione di ridurre il numero di terapie inutili, ponderando l’aspettativa di vita del paziente nel tempo, senza che gli interventi di rimozione precoci lascino strascichi debilitanti.

A visita dall’urologo non dovrebbe quindi sottoporsi solo chi ha sintomi irritativi (aumento della frequenza delle minzioni, urgenza minzionale, bruciore, levate notturne per urinare) od ostruttivi (getto debole, senso di incompleto svuotamento vescicale, sgocciolamento), che sono più tipici dell’ipertrofia prostatica benigna (condizione comunque meritevole di attenzione). Al contrario, tutti gli uomini dovrebbero interessarsi alla prevenzione, che risulta vantaggiosa sotto più prospettive: chi si preoccupa della propria salute non vive soltanto di più, ma soprattutto meglio, aspetto da non sottovalutare.

2018-02-01T17:50:17+00:00 1 Febbraio 2018|Categories: Prevenzione|Tags: , , |0 Commenti